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LA VALLE SUBEQUANA

DALL'INCASTELLAMENTO A SAN FRANCESCO

di Alessandro Clementi

E’ difficile nella Valle Subequana separare con l’immaginazione gli insediamenti umani dalla natura, ovvero ripensare per un sol attimo una vegetazione che sommerge paesi e castelli e torri o viceversa i segni dell’uomo che violentano più di quanto abbian fatto finora rocce e piante.

Insomma v’è nella valle un equilibrio che ha del miracoloso. Percorrerla è poi come far passare di fronte ai nostri occhi il film della storia, tanto sono evidenti appunto "le storie" degli insediamenti, a partire da quelle che l’angusta valle solcata a volte vorticosamente dal fiume Aterno narra. Esse son fatte oltre il pittoresco, di antiche indigenze e di antiche e recenti risposte alle sfide che si realizzano attraverso un salire ed un conquistarlo, per renderlo produttivo, sullo zoccolo del Sirente. Si è creato così il fenomeno delle "Pagliare": quelle di Fagnano, quelle di Fontecchio , quelle di Tione, ovvero insediamenti estivi, dai quali alle prime nebbie di novembre, quando ormai tutto s’era raccolto, si scendeva a valle cacciate dalla neve e dai lupi. Uno zoccolo boscoso che precede il grande balzo dell’inesorabilmente impervio punteggiato in estate nella zona alta dalle fumette delle carbonaie e nelle praterie e nelle valli disboscate da quelle macchie bianche che sono gli armenti o dal variopinto dei coltivi.

Entrano nella letteratura le terre del Sirente per quella descrizione che ne fece negli anni trenta Massimo Lelj appunto nelle sue "Stagioni al Sirente":

"Si diceva le pagliara per indicare quel gruppo di casolari, stalle e pagliai che per sei mesi dell’anno restavano vuoti, chiusi, abbandonati nella distesa solitudine della neve, sull’altopiano, e assiderati dal vento, dagli urli del bosco e dei lupi, si tenevano affiancati e stretti aspettando, come fanciulli, che quella lunga notte fosse passata, sognando il ritorno degli uomini e delle stagioni, i lavori, gli animali, gli odori delle fragole e del fieno, quando tutti sarebbero giunti lassù, dopo quattro ore di ascensione, preceduti dal sagrestanello, in veste azzurra e cotta, col crocifisso d’argento massiccio cesellato; preceduti dalla faccia rubiconda e rasata del parroco, che sarebbe sbucata come un trofeo sorridente dalla massa d’argento e di seta dei paramenti e dalla sua corposa persona, trasportata da un asinello insellato; attorniati dagli stendardi leggeri di broccato rosso sventolanti l’immagine della Madonna Santissima della Trinità, e seguiti da una retroguardia di somari che le selle e i capezzoni di cuoio conservato e odoroso, somari cavalcati da canonici, da giovinetti, da villereccie matrone che, di tanto in tanto, avrebbero levato un grido, perché gli asini, come le capre, sogliono ostinarsi a camminare sul ciglio dei burroni. Allora si celebrava la messa parata nella chiesetta della Trinità che teneva sotto la sua protezione le pagliara e le terre della montagna. E dopo la messa, prelati e personaggi locali celebravano un pranzo durante il quale i maccheroni alla chitarra, il vino e l’aria fina tiravano fuori gli umori nascosti della brigata. Allora le famiglie sedevano attorno ad una tovaglia spiegata sull’erba muova del pendio, ove sorgeva la chiesetta; gli asini, legati ai primi alberi del bosco, si pavoneggiavano, con quelle selle addosso, pascolavano e ragliavano, inebriati dagli odori; le fanciulle tornavano con le braccia colme di margheritoni gialli, di campanelle e di fiori ignoti, che nascevano nel giardino del Sirente, insieme con le erbe misteriose le quali servivano per curare la sciatica e il mal di petto e magari per fare uno di quei filtri che le donne chiamavano la legazione. Dalla prateria giungevano gli ultimi colpi dei cacciatori di allodole. Intanto le porte chiuse erano state spalancate, nei casolari riardeva il fuoco e dalla chiesa si vedevano i camini fumare in massa. Così le pagliara ripigliavano fiato."

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Personalmente le ricordo, le pagliare, ancora vive nel lontano settembre del 1943 quando ci si dava alla macchia per non rispondere al bando dei fascisti. Si dormiva nel pagliaio e si cucinava, per quel poco che c’era da cucinare, nel camino del primo vano dove v’era il minimo indispensabile per una vita da "cristiani", e che era separato dal pagliaio mediante un tavolato molto rustico. In questo vano era anche ubicato il pozzo dell’acqua piovana preziosissimo, al quale era legata la possibilità di sopravvivenza. A sera in quello scorcio della lunga estate del ’43 i contadini si riunivano a parlare e chiedevano a noi un impossibile oroscopo politico mentre le stelle e i grilli osservavano indifferenti la nostra vicenda umana. Ricordi di un altro secolo ormai. Certo di un altro millennio.

Si, perché delle "pagliare" è possibile ricostruire la storia partendo appunto dal primo millennio.

Punto di riferimento l’imponente chiesa collegiata di S.Maria del Ponte la cui più antica attestazione rimonta al 1209 ma il cui stesso impianto, come indica la rilevazione in pianta, è ben più antico. Una parte del monumento fu forse cella farfense. Molti luoghi della valle subequana furono infatti pertinenza dell’Abbazia di Farfa. Basti pensare alla imponente curtis di S.Maria in Graiano nei pressi di S.Pio Fontecchio, ovvero a quel grosso complesso fondiario feudalmente soggetto a S.Maria di Farfa che confinava con la curtis pur essa farfense di S.Angelo di Peltuino e che comprendeva terre di Opi, Bominaco, Campana Preturo (la futura Rocca Preturo): Ma basti pensare alla cella di S.Maria de Garzano (forse la futura S. Maria del Ponte) che confinava con le terre di Gorgianus (forse Goriano), con la cima del monte Robore e Cedice, la stessa Graiano così come corre lungo il flumen Calidum (ovvero l’Aterno) fino al Castello e sommità di Perzo e Carampelle e Preturo, ovvero a confine di Bominaco e Preturo e di Acciano e di Beffi e della cella e del campo di Peltuino.

Compaiono queste attestazioni in un documento di cessione a vario titolo di queste terre descritte da parte dell’abate Giovanni al conte Teudino figlio del conte Berardo.

Il documento è del 982. E’ il periodo della grande decadenza di Farfa che segue a meno di cento anni la grande destructio dell’Abbazia che avevano operato i Saraceni. Peggio della destructio furono per Farfa infatti i reggimenti degli Abbati Campone e Giovanni che si succedono dal 936 al 998, e che profittando dell’incerta situazione giurisdizionale favoriscono propri familiari o in genere fedeli. Dell’Abbate Giovanni, si proprio l’abbate che concede terre a Teudino nella valle subequana, si legge nel Chronicon farfense: "Signor Abbate perché dissipasti queste proprietà?"

Siamo alle soglie tuttavia del rinnovamento che partirà da Cluny e che ispirerà il reggimento del famoso abbate Ugo I (937-1039).

Gli effetti si vedranno nella valle subequana in una serie di largizioni al monastero da parte delle signorie laiche che in precedenza erano state favorite dalla dismissione di terre da parte di Campone e Giovanni. Così Giso e Gueltone figli di Gualcherio concedono la chiesa dei Santi Giovanni ed Evangelista nella Valle Subequana i cui confini sono il fiume Aterno, la Serra Candida, Goriano e Beffi.

Ancora: nel 1076 il conte Teudino con Oria sua moglie concede Goriano sul fiume Aterno e Beffi e Terranera.

Ancora: nel 1084 il conte Teudino figlio di Raudnisi concede al monastero ed alla Chiesa di S.Giovanni nella Valle Subequana ed in Villa Venari il servizio che a lui era dovuto da parte degli uomini della villa che è chiamata Onufulo (forse Fagnano).

Se volgiamo lo sguardo poi a Mamenaio (ovvero Bominaco), proprio all’alba del secondo millennio, precisamente il 1001 il conte Oderisio Gallo su terra farfense fonderà l’abbazia di S.Maria di Bominaco, aggregando al monastero Fagnano, appunto Bominaco, S.Pio di Fontecchio, Caporciano, Tussio. Ovvero il dominio dell’abbazia si estende dall’altopiano di Navelli alla Valle Subequana rafforzando quindi un processo in atto di popolamento o di bonifica. Molti papi ne rafforzavano la presenza con documenti di conferma: Gregorio VII nel 1073, Pasquale II nel 1117, Innocenzo II nel 1138.

Ma a ben guardare la fondazione dell’Abbazia di S. Maria di Bominaco ci dà il segno di un disimpegno di Farfa nella zona. Vediamo infatti subentrare l’abbazia di S. Vincenzo al Volturno. E’ del 1021 un giudicato che si tiene in Campiliano di Valva nel quale Ambrogio messo e cappellano dell’imperatore Enrico II, assistito dai conti di Valva in seguito a richiesta del preposto Pietro, inviato dall’abate Ilario di S. Vincenzo al Volturno, assistito dall’avvocato Giovanni, conferma a favore del monastero di S. Vincenzo, investendone del possesso il suddetto preposto Pietro, molte chiese e beni. Tra gli altri i beni costituiti da Goriano con la stessa chiesa di S. Maria che è in Preturo con le sue pertinenze ed in Acciano e nella valle superequana e in Tussio ed in Peltuino e nella villa di S. Paolo e nella villa di S. Nicandro…. ed in Campana e in Caporciano e nella chiesa di S. Maria in Cerule. Una zona quindi tra altopiano di Navelli e Valle Subequana.

Il disimpegno di Farfa quindi continua ed accanto alla presenza di S.Maria di Bominaco anche quello dell’Abbazia di S.Vincenzo al Volturno. Compare anche nei pressi di Goriano e di Rocca Preturo la chiesa di S. Maria. Forse la cella prima farfense, di S. Maria del Ponte e di cui comparirà notizia certa abbastanza tarda in un documento del 1209 quando ormai la chiesa è canonicale. Avrà una struttura ……banale in quanto avrà sotto di sé sette chiese ed il corpo formato da ben dieci canonici. Siamo in piena dominazione normanna, quella che ci sembra di poter dire darà il volto attuale alla Valle. Il dominio delle grandi Abbazie si fa sempre più lontano: Ecco quindi i Normanni che domineranno la Valle Subequana. La contea dei Marsi in seguito alla conquista di tutto l’Abruzzo nel 1140 da parte di Anfuso figlio di Ruggero II, nel 1143 viene divisa in due tronconi. Ne saranno signori, di quella di Alba il conte Ruggiero, e di quella di Celano il conte Rainaldo. Quest’ultima è quella che ci interessa: Leggiamo: Secinaro e suo fratello hanno in Valva Secinaro e Goriano Valle. Rainaldo di Molina ha in Valva Molina. E ancora: Berardo de Colinirco ha in Forcona, Stiffe, Terranera e Barile e la metà della Torre di Acciano. E per citare terre di confine Galgano di Collepietro fratello di Oderisio tiene in Forcona direttamente dal re in Valva Caporcinao e Navelli. Mentre Fagnano è tenuto da Rainaldo Boniomini e Berardo Oderisio e Berardo di Berardo e Gentile. Ancora: Fontecchio in Valva è tenuto da Gualtiero di Gentile. Invece Gualtiero, figlio di Gionata di Collepietro, tiene in Valva la stessa Collepietro e, l’altra metà della Torre che è pertinenza di Acciano, Rocca Preturo e S.Benedetto in Perillis. Altra parte di Acciano avrà Tedino di Castello. Infine la stessa parte di Beffi è tenuta dal figlio di Rainaldo da Beffi che la riceve da Gentile da Raiano.

Rainaldo da Celano è il signore di tutto il feudo, e riceve anche possedimenti che Teudino nel 1076 aveva concessi a Farfa.

Aria nuova nella Valle, dunque. Ma prima di parlarne è utile seguire il racconto che per grandi linee fa il Chronicon Vulturnense relativamente alle vicende delle terre abruzzesi. Parte dal secolo IX: "In quel tempo rari erano queste regioni i castelli, vi erano invece molte ville e chiese né vi era paura o timore di guerre giacchè si godette di una stabile pace fino al tempo delle scorrerie saracene"

Bisognerà in effetti arrivare all’invasione saracena ovvero al sec. IX avanzato per incominciare a registrare mutazioni nel panorama territoriale. Prosegue infatti la narrazione del Vulturnense:

"Finita la devastazione e la persecuzione dei Saraceni quelli che si salvarono possedettero con il riconoscimento regio le terre che già erano state di loro proprietà. Tutto ciò fino all’avvento dei Normanni, i quali saccheggiando ogni cosa incominciarono a trasformare le ville in castelli"

Aria nuova, si diceva, nella valle: E non solo in essa ma in tutto il meridione conquistato appunto dagli uomini del Nord. Conquistatori e conquistati si fondono e nasce una organizzazione capillare e stretta delle terre. Pur nella tessitura di una monarchia feudale, il raccordo al centro sarà notevole.Tende a scomparire anche nella valle il dominio delle abbazie e i signori normanni anche qui tennero le terre come demaniali e di esse fruirono solo per la parte beneficiaria, facendo nascere il concetto aurorale di bene pubblico.

Terre poco abitate quelle della valle prima dell’avvento del Normanni nelle quali più che ville compaiono toponimi e celle abbaziali.

Un silenzio di selve che ricoprono i resti di qualche tempio o di qualche ponte (si pensi a S.Maria della Vittoria di Fontecchio che nascerà sulle fondazioni romane di un grosso tempio o alle rovine di Secinaro). Ma in buona sostanza non ci giungono attraverso i documenti gli echi di una cospicua antropizzazione. Il panorama cambia con i Normanni. Si avverte attraverso una lettura sistematica del Catalogus Baronum una organizzazione razionale del territorio che favorisce anche una crescita demografica. Compaiono infatti quasi tutti gli insediamenti che ancora oggi sono presenti. Ma anche una militarizzazione della valle. La torre di Acciano ne è un precoce esempio. Non compare tuttavia Tione di cui ancor oggi ammiriamo le mura che si includono nella torre ad ovest e che racchiudono a difesa tutto l’abitato. Il fatto che Tione e S. Maria del Ponte che non compaiono ci rafforza nella convinzione che i Normanni trovano insediamenti che fortificano, come ad esempio Beffi di cui ancor oggi si ammirano mura e torri di cui sarà artefice Bernardo di Beffi, ma anche che ne costituiscono dei nuovi.

La chiesa di S. Maria Assunta del Ponte già presente come cella monasteriale di S. Maria diverrà la chiesa plebanale dei due castra in parte equidistante da essi. Viceversa i due impianti demici compariranno come fondatori della città dell’Aquila. Quindi la loro fondazione è sicuramente da collocare tra la fine del sec. XII e la prima metà del sec. XIII. Un fervor d’opere nella valle in quel torno di tempo: Si procede agli incastellamenti che sono tesi a due risultati: in primo luogo dare sicurezza ad in secondo luogo dare solide basi a potere. V’è tutto un sistema di avvistamento attraverso torri che rimonta sicuramente ad epoca normanna e che attraversa tutta la valle.

Crescita demica, dunque. Ma può la valle offrire sopravvivenza alimentare a tutti gli abitanti soprattutto quando essi sono in crescita? Certo che no. In alcuni tratti essa è angusta ed i suoi fianchi precipitano quasi verticalmente. Il terreno coltivabile è ben povera cosa anche se l’ingegnosità degli abitanti ha portato nel tempo ad un sfruttamento ben ampio mediante impianti diffusi di vigneti. Ma non poteva ciò bastare per la sopravvivenza: ecco quindi che gli abitanti della valle hanno la capacità di salire e di bonificare le terre alte situate sulla parte superiore dei fianchi. Nella sinistra orografica ovvero, le terre situate sulle colline che dividono l’altipiano di Navelli dalla Subequana. Una conquista di terre che vengono anche sacralizzate. Si pensi alla cappella devozionale di S. Erasmo con il suo culto primaverile ed estivo e con il contenzioso tra Beffi e Succiano per assicurarsi in forma esclusiva la protezione del Santo, anche in considerazione del fatto che tutte e due le comunità coltivano terre nello stesso pianoro. Nella destra orografica il discorso si fa più difficile. Incombe su di essa il massiccio del Sirente. Il salire dei coltivi è legato agli umori della grande montagna che supera i duemila metri di altitudine. La possibilità di coltivazione e di allevamento è legata alla presenza di solidi ricoveri che assicurino condizioni di vita possibili anche in relazione al fatto che bisogna essere in loco fin dagli inizi della primavera e rimanervi fino all’autunno inoltrato.

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Ecco quindi il nascere delle "Pagliare". Ovvero, come si diceva, insediamenti in muratura che riproducono in altitudine l’insediamento di valle. Comprese in parte le chiese. Nascono quindi tre grossi impianti sullo zoccolo del Sirente che ancora oggi, quando sono stati ormai abbandonati, suscitano una legittima curiosità di natura urbanistica. Soprattutto quelle del Tione,. Monumento importante delle quali diviene un enorme pozzo per raccogliervi l’acqua piovana e che è percorribile mediante scale in pietra a spirale che si appoggiano alla muratura del pozzo e che rendono possibile attingere acqua in relazione all’innalzarzi o all’abbassarsi del suo livello.

Ma si diceva delle chiese. Dice il Mariani nel suo manoscritto ( ) inedito "Nella montagna detta del "Tione" vi sono gli accasamenti, in qualche distanza dè quali evvi l’antichissima chiesa della Trinità costudita da un eremita. Nel suo giorno vi si celebra la festa, vi è concorso grandissimo di gente, anche de’ Paesi con vicini, e il capitolo di S. Maria del Ponte vi si porta processionalmente e vi canta la Messa. E’ in tutto il tempo della falciatura e mietitura vi si celebra in tutte le feste e dicesi esservi delle molte indulgenze", E ancora:

[…] Tiene [Tione] famosi territori e di buon fruttato, tanto nel piano che nella Montagna sudetta, colà dove la maggior parte de’ Cittadini vi tiene la stalla, col pagliaio ed abitazione, che vengono a formare un’altra Terra, tanto più che in essi pagliari ed abitazioni, oltre di esservi quali sempre permanenti in parte gli abitanti, nel tempo poi della ricoltura delle vettovaglie vi sta quasi tutta la gente della medesima terra, uomini e donne, e vi sono due chiese, in una delle quali vi stanziano di continuo due eremiti, in cui ogni festa d’està vi si celebra la S. Messa che è sotto l’invocazione della S. Trinità nel qual giorno tutti i canonici, prevosto e clero vi vanno processionalmente ad ufficiare con gran concorso di cittadini e del Popolo e Gente delle Terre convicine che formano una mezza fiera, come un’altra ancora vi si celebra, ma di rado, ed ha una famosa pianura, con molto pozzi d’acqua e praterie".

Una testimonianza molto vivace quella del Mariani che ci prospetta una valle ricca di umori che fondono lotta per la sopravvivenza e religiosità profonda. Si pensi ai due eremiti. Una religiosità che appare ancor più intensa ove si rifletta al fatto che la valle fu con molta probabilità visitata da S. Francesco d’Assisi in persona. Saranno Tommaso da Celano nella sua Vita seconda e Bonaventura da Bagnoregio nella sua Legenda maior a darci notizia dei due viaggi che il poverello fece in Abruzzo. Un primo ne effettuò nel 1215-1216, appena dopo la celebrazione del IV Concilio Lateranense al quale avevano partecipato tutti i vescovi abruzzesi (tra i quali ovviamente il vescovo Tommaso di Pescina) che non persero l’occasione di invitare Francesco in Abruzzo per operarvi conversioni "Essendo venuto a Celano – dirà nel Trattato dei miracoli Tommaso –per predicarvi". E nella vita seconda lo stesso Tommaso narrerà del dono che Francesco farà alla vecchietta incontrata nei pressi di Celano, del suo mantello. Ma a Celano vi sono i conti di Celano, con molta probabilità parenti del beato Tommaso, che hanno il dominio della Valle Subequana. La tradizione dice che da Celano Francesco si recò a Penne. Percorse ovvero la Tiburtina Valeria che nei pressi di Castelvecchio incrocia la Subequana. Si spiega allora il sontuoso cielo di affreschi francescani (l’unico in Abruzzo) nella chiesa del convento minorita di Castelvecchio Subequo, ma si spiega anche il miracolo della Fonte di Baullo in tenimento di Gagliano proprio nello zoccolo boscoso del Sirente.La devota Maria sta per morire di sete. Invoca S. Francesco che la spinge a divellere uno stelo di erba suggendo il quale, incominciò a sorgere acqua.

Ma si diceva della presenza a Celano degli eredi normanni dei Conti dei Marsi. Non si possono ripercorrere le tappe di questa storia importante. La possiamo viceversa cogliere nel momento in cui si oppongono nella presa dei potere da parte di Federico II.

In ogni modo Francesco visita il vescovo di Pescina che era stato canonico della chiesa di S. Giovanni Battista di Celano. Il beato Tommaso da Celano nel suo Tractatus ci narra della miracolosa confessione di un miles di Celano operata da un compagno di Francesco (forse lo stesso beato Tommaso da Celano) al quale il poverello aveva preannunciata la morte. Chi sarà il miles di Celano? Certo un conto come poi apparirà in un registro del ciclo francescano di Giotto nella basilica superiore di Assisi. Viene spontanea una ipotesi. Federico II è in lotta con i Conti di Celano. Federico II perseguita i francescani. E’ più che naturale che tra i Conti e l’assisiate vi siano rapporti di reciproca affettuosità. Potrebbe spiegarsi così la presenza di Francesco in Abruzzo. L’origine nobiliare, poi, della famiglia del beato Tommaso da Celano potrebbe anche far pensare ad una parentela più o meno stretta tra il beato ed i conti di Celano. Mediatore dei viaggi potrebbe quindi essere stato lo stesso Tommaso. Siamo alle ipotesi. Ma ipotesi non sono i viaggi ed una presenza francescana nella valle subequana che è dominio dei conti di Celano.

 

   

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